L’ufficio dell’impiegato Sig. Blume

Novembre 1992

L’ufficio dell’impiegato Sig. Blume

Quaranta fogli di appunti e gli studi perfetti

Prima mostra, presso la Galleria CareOf.
I quaranta fogli raccolgono i pensieri, illuminati ed ottusi, di H. Blume, ex impiegato presso la Fachhochschule di Wiesbaden (Rft); quattro tavolini bassi incorniciano altrettanti tentativi di ottenere, per via del paradosso e presunzione, la perfetta immagine di alcuni stati dell’intelletto e di altre due cose; un libretto delle Edizioni PulcinoElefante contiene i disegni di Pasquale Campanella e presenta una breve dichiarazione sullo spazio scemo e le immagini cieche, le quali si trovano schiacciate da un vetro per terra.

La mostra è una sorta di sentimento della ragion scettica dedicato all’arte.

Metafore fredde

Alcune riflessioni sull’uso delle metafore nel giornalismo. Con due premesse.

La prima premessa è questa citazione di Giacomo Leopardi, tratta dallo Zibaldone (1702), sulla necessità della metafora: “La massima parte di qualunque linguaggio umano è composto di metafore, perché le radici sono pochissime, e il linguaggio si dilatò massimamente a forza di similitudini e di rapporti. Ma la massima parte di queste metafore, perduto il primitivo senso, son divenute così proprie, che la cosa ch’esprimono non può esprimersi, o meglio esprimersi diversamente”.

La seconda è che queste riflessioni sono state stimolate dal lavoro di alcuni studenti a proposito della retorica in ambito giornalistico. Le citazioni sono brani tratti da articoli sull’alluvione delle Cinque Terre nell’ottobre 2011. 

0.

Il giornalismo è una grande macchina di parole. Un giornalista, in un certo senso, per lavorare ogni santo giorno è costretto a dire e a raccontare. Così come un ciclista è costretto a pedalare.  

Questo rende quello giornalistico un linguaggio ad altissima responsabilità sociale. Col tempo, è l’informazione parlata e scritta a dare popolarità e valore alle parole, ai modi di dire, e quindi anche di pensare. Non è vero, a lungo andare, che i giornali parlano la lingua dell’uomo della strada. È vero il contrario: il gergo che noi tutti abbiamo in comune è sempre più quello dominante dell’informazione. Questa è una delle ragioni per cui l’informazione fa inevitabilmente ricorso alla metafora: per cercare di dire cose sempre nuove; oppure, al contrario, per esprimere su eventi nuovi pensieri assodati. Ma è anche la ragione per cui le metafore del giornalismo raramente  hanno la vivacità e la freschezza di quelle della poesia. 

1. La religione

“Macché, ci vorrebbe una mano divina,dopo che la bocca dell’inferno ha inghiottito, in poche ore di pioggia, un territorio che è più grande di una regione” (Il Secolo XIX, 27 ottobre 2011).

“Pezzi di vita scaraventati tutti intorno, come dopo una gigantesca esplosione. Un inferno, immerso in uno strano silenzio” (La Repubblica, 27 ottobre 2011).

Il ricorso alla religione nelle metafore (inferno, paradiso, mano divina, provvidenza, resurrezione, e via di seguito) da un lato è del tutto ovvio: nella nostra cultura, infatti, la religione è un grande “magazzino” di miti, racconti e immagini da cui attingere. Dall’altro, il ricorso a temi religiosi è un indizio della nostra umana impotenza e e della nostra piccolezza: gli eventi che ci lasciano attoniti,  le catastrofi naturali, sono più grandi di noi. Noi siamo in grado di spiegarli con la scienza, ma ci sfugge la ragione del loro accadere. La ragione, allora, può essere spiegata solo con il ricorso al soprannaturale.

2. La guerra

“Sono crollati due ponti, la piazza dalla quale partiva la strada che collegava ogni frazione è stata cancellata, e il monumento dei partigiani ancora intatto sembra quasi una bandiera bianca agitata di fronte all’avanzata del fango” (Il Corriere della Sera 29 ottobre 2011).

“Un cannone d’acqua e fango puntato contro le città e le cose”  (Il Corriere della Sera, 28 ottobre 2011)

La guerra è orrore. Ma è anche stata per secoli l’unico modo con cui l’umanità ha affrontato e risolto i propri conflitti. La guerra fa paura, ma è una tecnica, una strategia, a volte anche un progetto. Un modo per mettere a posto ogni problema, per purificare razze, economie, poteri. Così, i riferimenti bellici nella metafora sono sempre ambigui. Con la guerra si vince e si perde. Con la guerra si conquista e si distrugge. La guerra è distruzione e ricostruzione.

3. La natura

“Ci sono fiumi violentati e ora divenuti feroci. Ponti e strade mutilate. Boschi che vomitano acqua e sassi” (Il Corriere della Sera, 26 ottobre 2011).

“Il suo pianto disperato è quello di un angolo di paradiso che è stato violentato dalla natura” (Il Secolo XIX, 26 ottobre 2011).

La natura è madre e matrigna, è questa è già una metafora. Nelle metafore la natura ha caratteri umani perché così ci illudiamo di poterla meglio comprendere comprendere. Come un umano, la natura si ammala, inghiotte, si risveglia, abbraccia. Noi la prendiamo a modello, ma poi la interpretiamo secondo un modello del tutto umano. Il fatto è che gli eventi naturali, a differenza delle azioni umane, non dipendono da intenzioni e decisioni. Seguono il corso dell’evoluzione. Ma questo noi, forse, non riusciamo ad accettarlo. O non vogliamo. Perché ci sentiremo ancora più impotenti.

4.

Ogni metafora – e le metafore sono il fondamento del linguaggio – contiene più della propria interpretazione. Una metafora viva, come direbbe Ricoeur, è «linguaggio è in festa». In festa perché fecondo, come un punto al quale si arriva e dal quale si riparte. Ma non tutte le metafore sono “vive”. Prima o poi – e anche questa è una metafora – molte appassiscono, diventano come i fiori finti: sempre a disposizione, ma senza profumo. Purtroppo, il linguaggio giornalistico più che coltivarle, le metafore, le prende bell’e pronte dal congelatore. Metafore fredde.

La formica e i bravi comunicatori

Ho sempre diffidato dei “bravi comunicatori”, quelli che – come direbbero Beppe Viola ed Enzo Jannacci – “ti spiegano le tue idee senza fartele capire, o quelli che raccattano voti perché “sparlano bene”. Quelli che, aggiungo io, hanno ridotto la democrazia a mera ricerca del consenso – con i migliori saluti alla democrazia come partecipazione. Non occorre fare nomi: quelli “bravi a comunicare” li conosciamo bene.

Ecco, per capire la degenerazione cui è arrivata non solo la politica, ma anche (e soprattutto) la comunicazione politica, può essere utile rileggere  l’analogia che propone il filosofo Daniel Dennett, in Rompere l’incantesimo (trad. it Raffaello Cortina, 2007):

Passeggiando all’aria aperta – dice Dennet – se si presta molta attenzione, talvolta capiterà di vedere una formica arrampicarsi su per un filo d’erba, cadere, e risalire un’infinità di volte e senza sosta. Viene da chiedersi che guadagno ne abbia da quell’azione. La risposta è: nessuno guadagno. La formica quasi inconsapevole del suo comportamento perpetua l’azione senza che essa le porti nessun vantaggio. Il motivo che la spinge a quest’azione reiterata non è altro che la presenza di un parassita, il Dicrocoelium dendriticum, il quale per potersi riprodurre ha la necessità di entrare nello stomaco di una pecora; per fare ciò esso penetra nel cervello di una formica e la condiziona in modo da farla andare in cima a un filo d’erba così da migliorare le sue probabilità di entrare nello stomaco dell’ovino e potersi riprodurre. Non c’è nessun beneficio per la formica; semplicemente il cervello della formica è ostaggio di un parassita che lo infetta inducendola a un comportamento suicida. Sembra spaventoso. E lo è. Ma lo è ancor di più se si pensa che una cosa analoga succede anche nell’uomo.

Morale: attenti ai parassiti (che da noi si chiamano appunto “bravi comunicatori”) che ci entrano in testa senza che ce ne accorgiamo, e che prendono in ostaggio il nostro ospitale cervello.

Wayfinding e cognizione spaziale

«Sì, il wayfinding è sicuramente un’istruzione per l’uso. Ma deve trattarsi di un’istruzione dal basso: istruzione come predisposizione, più che come ordine. Detto altrimenti, il wayfinding ideale è la risposta a domande prima che queste vengano poste.

Ricordi il film Totò, Peppino e la malafemmena? Qui i due protagonisti si trovano per la prima volta a Milano, in piazza Duomo, cercano una ballerina e si rivolgono a un vigile con l’ormai famosa domanda: “Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare? ”. Noi abbiamo sempre bisogno di istruzioni, anche quando non sappiamo bene che cosa e come chiedere. Per questo dico che il wayfinding comporta un’istruzione non autoritaria: non ti insegna, si mette al tuo servizio. Anticipa le tue domande, ha sempre una risposta».

Questo brano è tratto da una intervista che mi fece Linda Melzani, come parte della sua tesi di laurea magistrale Generative Travel (relatore Stefano Mandato, Facoltà del design, Politecnico di Milano, 2006).

Se vuoi leggerla tutta, scarica qui il pdf: Wayfinding e cognizione spaziale

Pubblicare, esporsi

Parafrasando un noto e profetico aforisma di Andy Warhol, diciamo che nell’epoca del Web tutti saranno autori per 15 minuti. Il Web offre a tutti, ma proprio tutti, la possibilità di avere il proprio momento di notorietà in quanto autore di un qualsiasi testo. 
La cosa, a dire il vero, non ha molta importanza. Però porta alla piena evidenza un principio: chi
pubblica cerca un pubblico.
Ma se prima del Web pubblicare voleva dire presentare ad altri il prodotto di un proprio lavoro, rendere di tutti ciò che è di uno solo, forse oggi pubblicare vuol dire anche – e soprattutto – un’altra cosa: esporsi.
Esporsi vuol dire essere , quasi fisicamente, certamente con una parte della tua mente e sensibilità, insieme a quello che hai appena scritto e pubblicato schiacciando il tasto “Pubblica” (comunque si chiami). Lì come un San Sebastiano esposto alle frecce di chi ha subito da ribattere, di chi non ti ha capito, di chi entra con la sua scrittura dentro la tua scrittura.
E questo è bello, perché i testi diventano inevitabilmente dialogici: sono un’azione che attende una reazione, che ti arriva in faccia e subito. Esposti e dialogici, i testi sono pur sempre racchiusi dentro margini, ma ora la loro recinzione ha sempre un lato aperto. Non è detto che arrivino frecce; e non è detto che sia un bene che arrivino fiori. La pratica del dialogo non è né guerra né amicizia. È mettere in atto un principio semiotico ed epistemologico che abbiamo quasi del tutto dimenticato: che il pensare è necessariamente un  “pensare insieme”.

Gérard Genette, più di ogni altro, ci ha mostrato e dimostrato che nessun testo ha vita autonoma e che la transessualità è un principio che appartiene alla nozione di testo così come il sale appartiene al mare. I testi si attraversano già di per sé.
Non sappiamo ancora bene come sarà il futuro del libro. Sappiamo che nel nostro presente il futuro delle tecnologie dura poco, che diventa presto passato. Ma io voglio sperare che gli strumenti con cui scriveremo, pubblicheremo e leggeremo – compresi i libri –, mettano sempre più in evidenza questo principio dialogico applicato al pubblicare. E che in questo modo si faccia strada – come suggerisce lo scienziato ed epistemologo David Bohm – un atteggiamento nei confronti del mondo fondato sulla “sospensione” di assunti, presupposti e convinzioni.

Pubblicare, vuol dire far entrare gli altri nella propria scrittura.


Nell’immagine di copertina, un disegno di Giovanni Anceschi, disegnato durante la presentazione di Progetto Grafico 28 alla libreria Bk di Milano.

Umtopia

Nel settembre 2016 Oriana Persico mi invita a scrivere una voce per il progetto UTopia’: un dizionario partecipato, ubiquo e connettivo per reinventare nuovi significati e nuove estetiche dell’utopia contemporanea capaci di riconoscere “la bellezza di ciò che interconnette” (G. Bateson).

Qui la spiegazione del progetto.

Qui il mio lemma (che trovate anche qui sotto, in italiano e in inglese).

Umtopia

s.f. [dal tedesco um (prep. e avv.) e dal greco topos (luogo)]. – In tedesco, Um non ha una propria definizione lessicale, ma una volta sintatticamente associato ad altre parti del discorso apre una moltitudine di scene semantiche. Qui interessa il suo uso come suffisso, quando modifica e riorienta il senso del verbo o del sostantivo al quale viene unito.In particolare, due sono le direzioni di senso che di Um interessano. 1. Quando Um rappresenta lo “stare intorno”: Umwelt è il mondo circostante, l’ambiente; Umschlag è l’involucro; Umschiffung è la circumnavigazione; Umarmung è l’abbraccio. 2. Quando Um rappresenta l’idea del cambiamento: Umzug è il trasloco; Umtausch è lo scambio di beni; Umbilden è il cambiare formazione e professione; Umbauen è il ricostruire un artefatto per modificarlo interamente.

Umtopia è il luogo che ti avvolge e include, il luogo nel quale si sviluppa la vita biologica e sociale, il luogo che occorre costantemente esplorare. Ma è anche il luogo dove tutto muta, dove si passa da una condizione all’altra, dove il conseguente ha origine dal precedente e il senso delle cose lo cogli solamente nella loro continua trasformazione. Umtopia, in altre parole, può essere l’intero pianeta Terra e tutto ciò alla Terra assomiglia: ogni insieme e ogni cosmo in costante mutamento. Ad esempio, Umtopia è la stanza di un artista irrequieto.

Umtopia

noun [From the German um (prep and adv.) and the Greek topos (place)]. – In German, Um does not have its own vocabulary definition, but once syntactically associated with other parts of speech, it opens up a multitude of semantic scenes. Here it concerns its use as a prefix, when it modifies and reorients the meaning of the verb or noun to which it is joined.

In particular, there are two interesting directions of Um‘s sense. 1. When Um represents “being around”: Umwelt is the surrounding world, the environment; Umschlag is the wrap; Umschiffung is the circumnavigation; Umarmung is the embrace. 2. When Um represents the idea of ​​change: Umzug is the moving; Umtausch is the exchange of goods; Umbilden is changing training and profession; Umbauen is rebuilding an artifact to completely modifying it.

Umtopia is the place that encompasses you and includes you, the place where biological and social life is developed, the place you need to constantly explore. But it is also the place where everything changes, where one passes from one condition to another, where the consequent originates from the antecedent and the meaning of things can be understood only in their continuous transformation. Umtopia, in other words, can be the whole planet Earth and all that this Earth resembles: every set and every cosmos in constant movement. For example, Umtopia is the room of a restless artist.