Pubblicare, esporsi

Parafrasando un noto e profetico aforisma di Andy Warhol, diciamo che nell’epoca del Web tutti saranno autori per 15 minuti. Il Web offre a tutti, ma proprio tutti, la possibilità di avere il proprio momento di notorietà in quanto autore di un qualsiasi testo. 
La cosa, a dire il vero, non ha molta importanza. Però porta alla piena evidenza un principio: chi
pubblica cerca un pubblico.
Ma se prima del Web pubblicare voleva dire presentare ad altri il prodotto di un proprio lavoro, rendere di tutti ciò che è di uno solo, forse oggi pubblicare vuol dire anche – e soprattutto – un’altra cosa: esporsi.
Esporsi vuol dire essere , quasi fisicamente, certamente con una parte della tua mente e sensibilità, insieme a quello che hai appena scritto e pubblicato schiacciando il tasto “Pubblica” (comunque si chiami). Lì come un San Sebastiano esposto alle frecce di chi ha subito da ribattere, di chi non ti ha capito, di chi entra con la sua scrittura dentro la tua scrittura.
E questo è bello, perché i testi diventano inevitabilmente dialogici: sono un’azione che attende una reazione, che ti arriva in faccia e subito. Esposti e dialogici, i testi sono pur sempre racchiusi dentro margini, ma ora la loro recinzione ha sempre un lato aperto. Non è detto che arrivino frecce; e non è detto che sia un bene che arrivino fiori. La pratica del dialogo non è né guerra né amicizia. È mettere in atto un principio semiotico ed epistemologico che abbiamo quasi del tutto dimenticato: che il pensare è necessariamente un  “pensare insieme”.

Gérard Genette, più di ogni altro, ci ha mostrato e dimostrato che nessun testo ha vita autonoma e che la transessualità è un principio che appartiene alla nozione di testo così come il sale appartiene al mare. I testi si attraversano già di per sé.
Non sappiamo ancora bene come sarà il futuro del libro. Sappiamo che nel nostro presente il futuro delle tecnologie dura poco, che diventa presto passato. Ma io voglio sperare che gli strumenti con cui scriveremo, pubblicheremo e leggeremo – compresi i libri –, mettano sempre più in evidenza questo principio dialogico applicato al pubblicare. E che in questo modo si faccia strada – come suggerisce lo scienziato ed epistemologo David Bohm – un atteggiamento nei confronti del mondo fondato sulla “sospensione” di assunti, presupposti e convinzioni.

Pubblicare, vuol dire far entrare gli altri nella propria scrittura.


Nell’immagine di copertina, un disegno di Giovanni Anceschi, disegnato durante la presentazione di Progetto Grafico 28 alla libreria Bk di Milano.

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