Triennale di Milano. Il Caffè sarebbe bello, un ampio spazio, ma perché tutti questi ostacoli a occupare lo spazio?
Triennale di Milano. Il Caffè sarebbe bello, un ampio spazio, ma perché tutti questi ostacoli a occupare lo spazio?
Dieci secondi con le braccia alzate a filmare un ramo e un cielo nuvoloso. Associazione con musiche di quartetto d’archi. Non so perché.
“Il giocoliere lancia clave e altri oggetti in aria e li riprende con inaudita maestria. Ma da dove viene la destrezza del giocoliere?” (Tomás Maldonado, Una macchina per il giocoliere:http://www.ergonomia.info/archivio/maldonado.html).
Fra le cose più belle al mondo: un cane che sgranocchia un pezzo di legno. Perché tutto è gioco.
Penso sempre — ogni tanto — alla cattiva, seppur comprensibile, traduzione del titolo del film Die bleierne Zeit di Margarethe von Trotta (1981) con Gli anni di piombo. Questa espressione, riferita agli anni Settanta, di fatto ha voluto dire “gli anni del terrorismo rosso, anni in cui si sparava”. Ma “Die bleierne Zeit” è parte di un verso di una elegia di Hölderlin, Der Gang aufs Land, dove si legge: “Trüb ists heut, es schlummern die Gäng und die Gassen und fast will / Mir es scheinen, es sei, als in der bleiernen Zeit” (mia traduzione: Oggi è nuvoloso, sonnecchiano strade e sentieri e quasi / mi sembra d’essere in un tempo di piombo”). “Die bleierne Zeit” vuol dire allora più precisamente “tempo di piombo”, nel senso di “epoca plumbea”. È quasi la stessa cosa, ma non è la stessa cosa. È tutt’altra cosa. L’epoca davvero plumbea — cupa, torbida, chiusa, senza orizzonte — è questa. Gli anni Settanta, pur resi tragici dall’idiozia del terrorismo, avevano invece molti orizzonti, per chi aveva gli occhi e la mente per vederli. Oggi non di spara piombo, è vero, ma siamo dentro una cassa di piombo.
Non confondere le coincidenze con il destino, diceva John a Jack nella seconda serie di Lost.
Ora sono al Parco Solari, per la passeggiata serale di Polda. In cuffia ascolto le Goldberg Variationen di Bach, suonate al pianoforte da Glenn Gould.
Poi accade che passo accanto a una panchina. Ci sono libri abbandonati. Un fumetto. Un romanzo. Un corso di inglese. Altro ancora. E poi l’intera partitura di Goldberg Variationen di Bach.
In lingua italiana, forma ha a che fare con formaggio. O viceversa, ma non importa. Nella caseificazione, che riguarda la trasformazione del latte in burro e formaggio, la forma è ”il vaso bucherellato in cui si mette la cagliata ridotta in grumi per ottenere la pezzatura del formaggio” (www.treccani.it).
Come dire: quando una materia indefinita si definisce, essa prende una forma. Il gioco di parole è a portata di battuta: la forma è ciò che ferma. Ciò che include, racchiude, conchiude, conclude. Una cosa fluida finisce di espandersi.