:: Su varie cose ::

Scienze esatte e scienze umane

Posted by Salvatore Zingale on Ottobre 17th, 2011

Nel primo episodio della serie televisiva Numb3rs, Charlie Eppes — un giovane professore genio della matematica e fratello dell’agente speciale dell’FBI Don —  ha formulato un’equazione per determinare il quartiere in cui vive un serial killer, e da cui questo muove per i suoi delitti. La puntata si chiama  infatti Punto di origine. Ma nell’equazione qualcosa non funziona.Charlie è disperato. Per questa ragione va a trovare il suo ex professore Larry Fleinhardt, fisico teorico e studioso di cosmologia, che in quel momento sta giocando in una sala giochi.

Questo il breve e significativo dialogo fra i due.

CharlieLarry, qualcosa è andato storto, e non so che cosa. Non riesco neanche a pensare…

LarryFammi indovinare. Hai tentato di risolvere un problema che riguarda il comportamento umano e la cosa ti è scoppiata in faccia.

CharlieSì, una specie…

LarryEcco, vedi, Charlie, tu sei un matematico, e quindi costantemente alla ricerca di eleganti soluzioni. Ma il comportamento umano raramente è elegante. Al contrario, l’universo è qualcosa che si avvicina alla perfezione della divinità. Forse devi trasformare la tua equazione in una cosa che sia meno elegante e più articolata, meno precisa e più elastica. Non sarà bella, ma potrebbe funzionare un po’ meglio. Ehi, Charlie, quando devi lavorare su problemi umani, vai sempre incontro a dolore e pentimento. Chiedi a te stesso se ne valga la pena.

Il senso è chiarissimo: la mente umana è più complessa e imprevedibile perfino dell’universo. Per questo – viene da aggiungere – le scienze umane sono più difficili delle scienze della natura. E per questo le une dovrebbero essere, vicendevolmente, al servizio delle altre.

Iconicità dell’irreversibilità

Posted by Salvatore Zingale on Settembre 5th, 2011

Ogni forma di significazione del tempo, anche la narrazione, è infine iconica, perché ogni espressione che miri alla rappresentazione di eventi temporali o disposti nel tempo del tempo (che è un Oggetto dinamico) non può non rappresentare il suo carattere o qualità fondamentale: l’irreversibilità. Ottimo esempio in questo senso è l’opera di artisti come On Kawara e Roman Opalka.

Opalka è morto quasi un mese fa, il 6 agosto 2011, a Chieti. È morto quasi venti giorni prima di compiere 80 anni. Per chi vuol saperne di più c’è Wikipedia e soprattutto il suo sito.

Questo il mio omaggio a un artista che ho sempre amato senza mai sapere bene perché. Ma certamente perché a fatto somigliare la sua arte alla sua vita, e viceversa:

Roman Opalka

Tre livelli nella formazione segnica?

Posted by Salvatore Zingale on Settembre 5th, 2011

Forse vi sono tre livelli nella formazione segnica: impronta, schema, testo.

L’impronta è insieme qualisegno e sinsegno: è una qualità presa nella sua (assoluta) singolarità esistenziale. Come in un pezzo di asfalto sformato dagli accidenti.

Lo schema è forma che tende all’organizzazione, all’auto-organizzazione, sotto la spinta degli eventi e delle relazioni costrittive. È quindi un sinsegno che tende alla regolarità della legge, del legisegno. Come i caratteri di un comportamento, i quali affiorano nella loro nitida forma solo dopo un atto di acuta osservazione.

Il testo è infine forma organizzata e regolata, artefatto segnico. È il tessuto che fissa in forma riconoscibile e condivisa una realtà semiotica.

Senso e decisione

Posted by Salvatore Zingale on Settembre 4th, 2011

Il movimento richiede decisione. La decisione richiede intenzione. Decidere vuol dire recidere, tagliare. Anche la radice etimologica di scrivere, come fa notare Ignatio Gelb,  ha a che vedere con tagliare, incidere con il coltello.

Il movimento richiede decisione. Ogni direzione è un progetto. – Per questa ragione quando parliamo di “senso” non possiamo dimenticare che questa parola, oltre che alla sensorialità (il sentito) e alla sfera semantica (il compreso, ciò che è inteso),  chiama all’intenzionalità e alla direzionalità: dove vogliamo andare, di che cosa siamo alla ricerca.

Diagramma vs Testo

Posted by Salvatore Zingale on Settembre 4th, 2011

La testualità è un irrigidimento della forma semiotica, infatti è uno sviluppo della scrittura e della fine della civiltà orale. Il testo è solo uno dei diversi modi in cui una realtà semiotica prende forma. Il diagramma, o schema, è ad esempio un’altra forma, forse ancora più elementare e fondamentale del testo. Infatti, mentre è agevole tradurre un testo in diagramma, non lo è altrettanto tradurre un diagramma in testo. Perché un testo contiene un diagramma, ma non viceversa.

Senso: direzione e progetto

Posted by Salvatore Zingale on Aprile 12th, 2011

Il movimento richiede decisione. La decisione richiede intenzione. Decidere vuol dire recidere, tagliare. Anche la radice etimologica di scrivere ha a che vedere con tagliare, incidere con il coltello.
Il movimento richiede decisione. Ogni direzione è un progetto. — Per questa ragione quando parliamo di “senso” non possiamo dimenticare che questa parola, oltre che alla sensorialità (il sentito) e alla sfera semantica (il compreso, ciò che è inteso), chiama all’intenzionalità e alla direzionalità: dove vogliamo andare, di che cosa siamo alla ricerca. Così, se è pur vero che il senso può essere progettato e non solo trovato, è ancor più vero che il senso è progetto.

La città, un diagramma

Posted by Salvatore Zingale on Gennaio 31st, 2011

La città è un testo, dicono i miei amici semiotici. La città è un diagramma, dico io, pensando a una semiotica che non ponga il testo – o il modello del testo – come primo e centrale oggetto di studio.
Ora quest’idea si fa più vivida non solo ricordano la Königsberg di Eulero (i cui sette ponti, visti da un matematico, diventano gli archi di un grafo), e nemmeno chiamando in causa i cinque elementi di Kevin Lynch (margini, aree, percorsi, nodi e punti di riferimento), ma osservando anche in superficie che cosa diventa effettivamente una città una volta che cade in preda di un software come questo.
Di più: che anche una narrazione sia un diagramma?

Scelta e pertinenza

Posted by Salvatore Zingale on Maggio 14th, 2010

Quando si sceglie, si decide: si recide. Perché quando si decide, si taglia: una parte va di qua, l’altra di là. Una delle due rimane, è la parte elettiva, l’altra si perde, è la parte scartata. Il fatto è che non tutto ciò che si scarta è privo di valore o interesse; e non tutto ciò che si sceglie ha un valore davvero irrinunciabile. La decisione cioè non è relativa a tutti i carattteri della scelta, ma ad alcuni caratteri che si ritengono o irrinunciabili o rappresentativi: pertinenti. Si sceglie a partire da una priorità, o pertinenza, e questa priorità oscura tutto il resto, o gran parte di esso. La capacità di scegliere e l’arte del decidere stanno nel calcolo del valore delle priorità. Queste priorità sono ciò che riteniamo e scegliamo come elemento pertinente nell’orientamento alla decisione. Si sceglie ciò che è pertinente — o maggiormente pertinente, o necessariamente pertinente — rispetto a un progetto. Vale a dire rispetto a un fine.

La pertinenza finisce così per costituire la traccia di un percorso costante nell’azione progettuale: è la costante del progetto. Tutto il resto è variabile. E per quanto le variabili siano spesso determinanti — perché in fondo sono esse le responsabili del senso connotato –, ciò che di un progetto interessa è la scelta in favore di questa o quella costante.

(Eppure, ha anche ragione Daniel Faraday, il fisico di Lost, quando dice: “… passavo troppo tempo a concentrarmi sulle costanti senza ricordarmi le variabili. Sai quali sono le variabili di questa equazione Jack? Siamo Noi. Noi siamo le variabili. Le persone. Noi pensiamo, ragioniamo, compiamo scelte, abbiamo il libero arbitrio. Noi possiamo cambiare il nostro destino”.)

Una lista del disordine

Posted by Salvatore Zingale on Dicembre 22nd, 2009

Il giorno 20 dicembre 2009 01.56, Daniela Petrillo mi scrive:

Salve Prof!

ha visto questo intervento del Maestro? http://www.chetempochefa.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-84905fa1-bfd5-41eb-9be6-32175b45e0fa-ctcf.html?p=0

Vorrei provare a fare una ricerca sul concetto della lista all’interno dei musei contemporanei.

Secondo me i musei non sono solo raccolte d’oggetti. Forse sono le modalità espositive che influiscono a rendere pratica o poetica la lista di opere all’interno di questi spazi. Sarebbe giusto tenere presente che il museo nasce con l’intento di meravigliare. Purtroppo però mi rendo conto che attualmente è davvero molto difficile che questo genere di luoghi sia in grado di lasciare a bocca aperta…

Buone feste!
Daniela

Un paio di giorni dopo io le rispondo:

Ciao Daniela, sono contento che ti fai sentire.

Sì, il Maestro l’ho sentito. Sempre brillante, sempre mondano, troppo mondano…

Il tema della lista è interessante, anche perché di fatto coincide con quello dell’elenco, il quale coincide con quello dell’insieme (matematico). Il mondo – naturale e artificiale – è un insieme di insiemi. Le scienze cercano da un lato di discernere (separare), dall’altro operano continui rimescolamenti. Tassonomie, classi, raggruppamenti. Liste. E musei. Quando un oggetto capita in un museo, allora va imparentato: in questa sala, dopo quest’altro oggetto, con questa etichetta. Pure le Wunderkammer sono insiemi apparentemente disordinati.

Ecco, da anni una delle mie domande sull’arte è perché mai questa debba tendere all’ordine, per avere valore. Nei fatti, mi pare, l’arte deriva sempre da un disordine: psichico, sociale, esistenziale, semiotico. Si può teorizzare il disordine semiotico? Uno scantinato, una soffitta, la cesta della biancheria, la pattumiera di un’infermeria o d’un ristorante sono insiemi ordinati? Sono liste?

Beh, mi sono lasciato prendere la mano. Per cui non mi resta che invitarti in un luogo pieno di cose disordinate: qui.

Buone feste!
sz

Opera indeterminata [testo/ipertesto]

Posted by Salvatore Zingale on Maggio 9th, 2008

Bisognerebbe elaborare un poetica dell’opera indeterminata: l’opera che non ‘termina’, che non si conclude, che non conclude. Opera che fatta (poiesis) dall’artista, richiede di venire rifatta dal fuitore – il quale in questo caso ne diventa esecutore.

Qui sta fra l’altro la principale demarcazione fra testo e ipertesto: il primo richiede un lettore, il secondo un esecutore. Ambedue sono interpreti, ma al secondo viene richiesto di adottare l’opera, come padre-autore putativo. Un ipertesto chiama alla ri-creazione