Questo mi scriveva, fra altre cose, un anno fa un amico e collega:
Una cosa che vorrei vedere un giorno è una teoria unitaria delle due logiche: quella della narrazione e quella del ragionamento. L’unico punto che al momento mi viene in mente è che la narrazione si regge su due concetti: causa-effetto e tempo, mentre l’inferenza su implicazione (forte o debole, ovvero necessaria o statistica-possibile) e a-temporalità. Ma forse causa-effetto e temporalità si possono unificare (il tempo è la dimensione necessaria per descrivere una relazione di causa-effetto), e forse anche implicazione e a-temporalità, o spazio concettuale. Però torniamo al punto di Peirce: due mondi, uno quello della fattualità o secondità, uno quello della razionalità o terzità, o no?
E questo rispondevo io:
Accidenti, fa un caldo boia, io ho la casa sottosopra per cercare di buttar via il buttabile e ricavare spazio, e tu con i polmoni freschi di montagna mi tiri ancora a discutere…
Ma meglio così.
La questione narrazione-inferenza l’avevamo iniziata io e Feder alla trattoria toscana in Bovisa. Anche per me le due cose vanno teoricamente unificate, ma lui sosteneva di no. Però non penso che l’inferenza sia del tutto e sempre a-temporale: lo è quando è considerata a posteriori, o dall’alto della teoria, ma se vista come logica delle azioni le cose cambiano. E poi perché il processo causa-effetto dovrebbe essere proprio della narrazione e non dell’inferenza? Causalità e temporalità stanno già nei termini stessi che compongono l’inferenza: dove un Antecedente implica o produce un Conseguente. Da qui anche l’idea di consequenzialità, che insieme al fallibilismo è uno degli orizzonti filosofici del pragmatismo (e non solo di Peirce). Forse è vero che il macello della guerra di secessione aveva reso, oltre oceano, la filosofia più cauta e il pensiero in genere a considerate (ti cito) “le conseguenze delle azioni”. Ma cito anche me stesso : http://www.salvatorezingale.it/ortosemiotico/99/ (è una nota di un anno fa).
Da questo punto di vista Peirce per me è sempre più un motivo di chiarificazione: la terzità (o razionalizzazione, o rappresentazione, o regolarità e legge) è il mondo nel quale viviamo, sia perché così vuole la nostra natura pensante sia anche per necessità di sociale sopravvivenza (la semiotica come possibilità di scambio e comunicazione); ma questo mondo ha i piedi pur sempre impantanati nella materialità e nella sensorialità, nel mondo della primità (o qualità), che influenza l’esistenza molto più di quanto il pensiero non l’avverta; e fra l’uno e l’altro, il mondo della secondità (fattualità e relazione, il mondo dell’incontro tra un “qualcosa” e un “altro”) è quello dal quale a mio avviso dipende ogni possibilità di conoscenza. Una fotografia, ad esempio, nasce dall’indicalità (uno sguardo è diretto verso un “qualcosa”), la quale è l’unico modo per cogliere una qualche “qualità” (quel colore, quella forma, quel tono), ma è pur sempre un modo regolato e mediato dalla terzità (abito, codici, strutture, culture, ecc.).
E questo per ribadire che narrazione e inferenzialità possono essere viste come i due bracci di una tenaglia: per acchiappare il senso delle cose…
Ma anche perché mi piacerebbe che quando parliamo di progetto non pensassimo solo al design, al marketing, alla pubblicità e altri settori specificamente professionali, ma anche alla progettualità in sé e per sé. Progettualità come ricerca del senso, come stratagemma per la costruzione del senso