:: Sulle inferenze ::

Su narrazione e inferenza

Posted by Salvatore Zingale on Settembre 24th, 2009

Questo mi scriveva, fra altre cose, un anno fa un amico e collega:

Una cosa che vorrei vedere un giorno è una teoria unitaria delle due logiche: quella della narrazione e quella del ragionamento. L’unico punto che al momento mi viene in mente è che la narrazione si regge su due concetti: causa-effetto e tempo, mentre l’inferenza su implicazione (forte o debole, ovvero necessaria o statistica-possibile) e a-temporalità. Ma forse causa-effetto e temporalità si possono unificare (il tempo è la dimensione necessaria per descrivere una relazione di causa-effetto), e forse anche implicazione e a-temporalità, o spazio concettuale. Però torniamo al punto di Peirce: due mondi, uno quello della fattualità o secondità, uno quello della razionalità o terzità, o no?

E questo rispondevo io:

Accidenti, fa un caldo boia, io ho la casa sottosopra per cercare di buttar via il buttabile e ricavare spazio, e tu con i polmoni freschi di montagna mi tiri ancora a discutere…

Ma meglio così.

La questione narrazione-inferenza l’avevamo iniziata io e Feder alla trattoria toscana in Bovisa. Anche per me le due cose vanno teoricamente unificate, ma lui sosteneva di no. Però non penso che l’inferenza sia del tutto e sempre a-temporale: lo è quando è considerata a posteriori, o dall’alto della teoria, ma se vista come logica delle azioni le cose cambiano. E poi perché il processo causa-effetto dovrebbe essere proprio della narrazione e non dell’inferenza? Causalità e temporalità stanno già nei termini stessi che compongono l’inferenza: dove un Antecedente implica o produce un Conseguente. Da qui anche l’idea di consequenzialità, che insieme al fallibilismo è uno degli orizzonti filosofici del pragmatismo (e non solo di Peirce). Forse è vero che il macello della guerra di secessione aveva reso, oltre oceano, la filosofia più cauta e il pensiero in genere a considerate (ti cito) “le conseguenze delle azioni”. Ma cito anche me stesso : http://www.salvatorezingale.it/ortosemiotico/99/ (è una nota di un anno fa).

Da questo punto di vista Peirce per me è sempre più un motivo di chiarificazione: la terzità (o razionalizzazione, o rappresentazione, o regolarità e legge) è il mondo nel quale viviamo, sia perché così vuole la nostra natura pensante sia anche per necessità di sociale sopravvivenza (la semiotica come possibilità di scambio e comunicazione); ma questo mondo ha i piedi pur sempre impantanati nella materialità e nella sensorialità, nel mondo della primità (o qualità), che influenza l’esistenza molto più di quanto il pensiero non l’avverta; e fra l’uno e l’altro, il mondo della secondità (fattualità e relazione, il mondo dell’incontro tra un “qualcosa” e un “altro”) è quello dal quale a mio avviso dipende ogni possibilità di conoscenza. Una fotografia, ad esempio, nasce dall’indicalità (uno sguardo è diretto verso un “qualcosa”), la quale è l’unico modo per cogliere una qualche “qualità” (quel colore, quella forma, quel tono), ma è pur sempre un modo regolato e mediato dalla terzità (abito, codici, strutture, culture, ecc.).

E questo per ribadire che narrazione e inferenzialità possono essere viste come i due bracci di una tenaglia: per acchiappare il senso delle cose…

Ma anche perché mi piacerebbe che quando parliamo di progetto non pensassimo solo al design, al marketing, alla pubblicità e altri settori specificamente professionali, ma anche alla progettualità in sé e per sé. Progettualità come ricerca del senso, come stratagemma per la costruzione del senso

Inferenze e immaginazione

Posted by Salvatore Zingale on Luglio 11th, 2009

La semiotica di Peirce, oltre che sulle categorie (Primità, Secondità. Terzità), si fonda su tre concetti, da lui lessicalmente reinventati: semiosi, interpretante, abduzione. La semiosi è il processo attraverso cui si arriva alla produzione di senso (non solo l’atto interpretativo ma anche l’atto di generazione); l’interpretante è il momento finale di questo processo, e da qui anche il momento in cui la semiosi si avvia a divenire ciclica e illimitata; l’abduzione infine è la forma inferenziale del pensare – e cioè del produrre senso – che dà vita all’ipotesi, che è l’interpretante più proiettivo e progettuale.

Come si vede, fra i concetti che ho qui sintetizzato non vi è quello di “segno”. Né vi sono gli sviluppi della nozione di segno: testo, sistema, linguaggio. Sta qui, a mio avviso, la vera linea di demarcazione tra la semiotica peirceana e quella di origine linguistica: nel fatto che la semiotica di Peirce riguarda l’attività interpretativa che precede il formarsi dei testi o dei sistemi, e quindi della cultura, sebbene il pensiero non possa non nutrirsi di ciò che sta dentro la cultura stessa. Nei suoi termini: tutto ciò che costituisce il contenuto della conoscenza, la storia, precede e prepara il costituirsi degli abiti interpretativi, per quanto tale conoscenza si affidi a sua volta inevitabilmente ad altri abiti – a interpretanti logici.

Ma il punto rimane proprio qui: la semiotica di Peirce è orientata a comprendere il modo in cui siamo in grado di far essere tutto ciò che costituisce il mondo culturale – sistemi di pensiero, sistemi di produzione, linguaggi e comportamenti – e meno a porsi di fronte a questo mondo con la lente o le griglie dell’analisi.

Questa riflessione ha lo scopo di mettere in evidenza un aspetto delle inferenze – e della semiotica inferenziale – che forse spesso non viene abbastanza colto. Intendo il fatto che l’uso delle inferenze è sì un atto interpretativo, ma non solo rispetto a eventi e oggetti che abbiamo davanti agli occhi, ma anche e soprattutto di eventi e oggetti che abbiamo davanti alla mente. E quindi in quella parte del pensiero che a buon diritto possiamo chiamare immaginazione.

Per usare una nota coppia di termini kantiani, più che una semiotica della Darstellung, quella di Peirce è una semiotica della Vorstellung. In tedesco entrambi i sostantivi significano “rappresentazione”, termine anch’esso cardine del pensiero di Peirce. Ma con Darstellung si intende ciò che troviamo rappresentato nel mondo davanti a noi (e non a caso è il termine usato in ambito teatrale: ciò che sta sulla scena); mentre con Vorstellung si intende ciò che la mente è in grado di rappresentare, e quindi immaginare, mettere in forma di immagine. (Va da sé che è quest’ultima, essenzialmente e intimamente, l’icona peirceana, e non la prima).

Bertolt Brecht, traducendo Carl Sandburg: Stell Dir vor, es ist Krieg und keiner geht hin (“Sometime they’ll give a war and nobody will come”, 1936).

Tipi di implicazione nelle inferenze

Posted by Salvatore Zingale on Luglio 11th, 2009

Una domanda che mi si presenta spesso, a proposito della forma delle inferenza, è quella intorno alla natura della legge di implicazione, perché non sempre il legame di implicazione fra antecedente A e conseguente C è del medesimo tipo. Infatti, vi è una certa differenza se, ad esempio, nel sentire suonare il campanello di casa si reagisce in uno dei seguenti modi: (a) “È arrivato Tizio ed è ora di uscire”, (b) “Un essere umano ha premuto il bottone corrispondente”, (c) “Oh, che spavento!”.

Nel primo caso penso si possa parlare di implicazione convenzionale, e quindi di tipo simbolico. Nel secondo di implicazione causale, e quindi di tipo indicale. Nel terzo di implicazione associativa, e quindi di tipo iconico. Detto altrimenti: nel caso (a) la reazione dipende da un accordo o convenzione precedentemente stabilito: come quando al suono della sirena spostiamo l’auto che stiamo guidando di lato, per lasciar passare l’ambulanza così come previsto dalle regole del traffico. Nel caso (b) invece la reazione dipende da una constatazione fisica, appunto di tipo causale, così come al suono della sirena, se stiamo passeggiando sul marciapiedi, siamo portati a portare le mani alle orecchie per proteggerci dal suono fastidioso. Infine, nel caso (c) la reazione dipende da un atto associativo mentale, ovvero da una reazione a partire dalla qualità del suono, visto che tale reazione è più di tipo psicologico: anche nel sentire la sirena di una ambulanza possiamo essere portati a un atto di commozione, se in quel suono riconosciamo una precedente e analoga esperienza.

Ciò forse porterebbe a una riflessione più differenziata delle inferenze, nel senso che non tutte le deduzioni, non tutte le induzioni, non tutte le abduzioni presentano una legge di implicazione formalmente omogenea.

Testo vs Oggetto

Posted by Salvatore Zingale on Aprile 13th, 2008

La semiotica strutturale – che ha origine dalla linguistica di de Saussure, dalla glossematica di Hjelmslev e dalla narratologica di Propp – ha nel testo il suo concetto fondamentale. Il concetto fondamentale della semiotica peirceana – da sempre legata all’epistemologia – è invece l’oggetto.

Il testo è un tessuto, artefatto prodotto da intenzioni umane, secondo una tecnica e un sistema, organismo strutturato che racchiude e sottende il senso. L’oggetto è ciò che sta davanti, oppure intorno, è indipendente dal soggetto e da ogni sua ogni volontà o intenzione: l’oggetto stimola la mente e i sensi, non nasconde dentro di sé un senso ma lo può indicare e provocare.

Il senso di un testo è la narrazione che vi è stata inscritta e che va svelata. Il senso di un oggetto è la narrazione che esso può produrre: le conseguenze che comporta. Se l’oggetto è poi un artefatto (oggetto prodotto intenzionalmente e secondo un progetto, oggetto la cui forma è quindi giustificata dalla prestazione a cui viene destinato), il senso di un oggetto è anche la storia che lo ha pensato e prodotto.