:: Sulla scrittura ::

Diagramma vs Testo

Posted by Salvatore Zingale on Settembre 4th, 2011

La testualità è un irrigidimento della forma semiotica, infatti è uno sviluppo della scrittura e della fine della civiltà orale. Il testo è solo uno dei diversi modi in cui una realtà semiotica prende forma. Il diagramma, o schema, è ad esempio un’altra forma, forse ancora più elementare e fondamentale del testo. Infatti, mentre è agevole tradurre un testo in diagramma, non lo è altrettanto tradurre un diagramma in testo. Perché un testo contiene un diagramma, ma non viceversa.

Calcolo e scrittura

Posted by Salvatore Zingale on Luglio 9th, 2009

Ricordiamo quanto si augurava Gottfried Wilhelm Leibniz: «Quando sorgeranno controversie fra due filosofi, non sarà più necessaria una discussione …. Sarà sufficiente, infatti, che essi prendano in mano le penne, si siedano di fronte agli abachi e si dicano l’un l’altro: Calculemus!» (Leibniz 1685). Per quanto sappiamo che dispute o disaccordi non sempre possono risolversi in tal modo, l’invito a calcolare, ovvero a usare uno strumento esterno alla mente per chiarire ciò che nella mente si ostina a rimanere oscuro, è certamente  un passo di civiltà.

Analogamente, potremmo affermare qualcosa del genere: quando la mente si affatica, senza riuscirci, a comprendere un concetto ostile, forse è bene tentare di scriverlo. O se volete, disegnarne un diagramma. È questo, approssimativamente, ciò che suggerisce di fare Peirce: ricorrere alla forza esplicativa di un grafo sia per afferrare sia per comunicare un contenuto cognitivo, ragionamento o argomentazione o teoria.

A pensarci bene, grafi e diagrammi stanno alla logica e in genere all’attività intellettiva, così come la pittura sta all’attività emotiva, passionale, sentimentale. Per quanto, in diverse occasioni, anche all’interno dell’espressione pittorica si trovino elementi che possiamo ben definire diagrammatici, come se al di là – o al di sotto – della materia estetica vi fosse una schematizzazione intellettiva, insomma un pensiero.

Questa nascosta – ma non troppo – relazione tra pittura e scrittura può essere un ottimo sviluppo per una visione forse più completa del rapporto fra arte e filosofia. Per il momento, però, non è questa la via che mi interessa. Mi piace invece notare come un’intima relazione può essere individuata proprio tra l’azione del calcolare e l’azione dello scrivere. In ambedue i casi, infatti, all’origine vi è un gesto assai semplice ed elementare: scegliere un certo numero di oggetti, disporli in un determinato ordine spazio-temporale, stabilire fra di loro relazioni di natura logico-semantica, e infine compiere o far compiere su tali oggetti specifiche operazioni mentali. Operazioni di memorizzazione, di interpretazione, di ottenimento di un risultato; oppure, di congettura e di computo. Nel caso del calcolo, tali oggetti erano – possiamo immaginare – in prima istanza gli oggetti stessi del mondo dell’esperienza. Così, quando un pastore avesse avuto necessità di decidere circa il destino dei suoi capi di bestiame (venderle o scambiarle, selezionarle per ciò che di più conveniente potessero fornire, lana, latte, pelli o carne), quando cioè dall’indistinto gregge o mandria fosse dovuto passare a una più analitica visione, ecco che ogni capo di bestiame ai suoi occhi diviene un “oggetto di calcolo”.

Ma questo, abbiamo detto, in prima istanza. Un ulteriore e più raffinato stadio del ragionare porta presto il nostro pastore a sostituire le bestie con qualcosa di ugualmente utile al computo, ma estremamente più idoneo per ogni altra pratica. E così decide che a stare per pecore o bovini possono essere impiegati dei sassi, o dei nodi su una corda, o delle tacche su un rametto. I quali diventano artefatti segnici. Sassi e nodi – che sono punti – stanno rispettivamente all’origine del calcolo (e quindi del ragionare) e della scrittura (e quindi del significare). Poi, sappiamo, fra un punto e l’altro occorre tracciare linee. E ogni scena dell’esperienza diventa un diagramma.

Separare, dividere

Posted by Salvatore Zingale on Giugno 1st, 2008

La capacità del separare e del dividere - del disgiungere, distaccare, discernere – è una delle maggiori facoltà della mente. Il ragionare è attività di separazione: dividere in parti o sezionare. Il comporre è attività che prima richiede una separazione: allineare gli oggetti o disporli lungo una sintassi o su una superficie di foglio o di terreno – come in logica, musica, matematica, pittura, drammaturgia – è amministrare le cose che fra loro sono state distinte. La produzione del senso non è il mettere insieme proprio dell’etimo del simbolo, ma il ri-mettere insieme gli oggetti di una disgiunzione. Il dialogo e la dialettica sono tecnica del ragionare dividendo, e in questa tecnica sta la capacità di tracciare – anche solo mentalmente – un diagramma: disegno determinato da linee di separazione. Anche una discussione – che vuol dire scuotere e dividere - è forma di ragionamento e produzione di senso: si discute così come si scuote una pianta, per farne cadere ciò che va tolto.

Dal simbolo al gramma

Posted by Salvatore Zingale on Maggio 19th, 2008

1. Mi verrebbe da avanzare una proposta, se già non comprendessi da me la difficoltà non solo di accettarla ma anche di prenderla in considerazione. Pare infatti quasi più semplice inventare una nuova scienza che cambiare etichette alle categorie di quelle esistenti. Ma la proposta ha qualcosa di sensato. Quindi la discuto.

Essa muove da un’impressione che non penso sia solamente mia:  nelle scienze del linguaggio e in semiotica ciò che viene chiamato “simbolico” (il simbolo di Peirce, i sistemi simbolici, ecc.) di fatto sia da chiamarsi “grammatologico”. La nozione di gramma è infatti ben più appropriata, almeno in molti casi, della nozione di simbolo e potrebbe, dovrebbe, sostituirla.

A ben vedere, infatti, simbolo e gramma potrebbero essere pensati come due rami dello stesso albero (che poi è il legisegno di Peirce: un segno che ha proprietà di legge): il primo è termine che denota genericamente il fissarsi di una convenzione di rinvio; il secondo invece denota il fatto che tale relazione non è solo socialmente sancita ma anche infine materialmente o cognitivamente fissata e, di conseguenza, disposta a essere riutilizzata, secondo la relazione type-token (tipo-occorrenza).

Sia “simbolo” sia “gramma” sono infatti due termini che insieme denotano tutto ciò che, nell’universo semiotico, si presenta come segno (a) stilizzato in vista di una sua replicabilità, quindi (b) generalizzato e infine (c) fissato in un qualche sistema, a prescindere dal grado di elaborazione del sistema stesso (nel senso che anche una annotazione occasionale costituisce “sistema”). La replicabilità, la generalizzazione e la sistemicità sono insomma tre delle proprietà fondamentali di ciò che Peirce chiamava, guarda caso in alternativa a “simboli”, segni generali. Ora, la replicabilità e quindi la relazione type-token, come si può ben comprendere, sono proprietà “tipicamente” grammatologiche, proprie di ogni scrittura e di molti altri sistemi simbolici e semiotici (anche nel senso di Hjelmslev). Così come propri della grammatologia sono la generalizzazione (il disegno stilizzato dell’ometto sulla porta di una toilette vale per tutti gli “esseri umani maschi”) e la conseguente procedura di fissaggio fisico o cognitivo (i simboli o grammata devono e possono essere imparati a memoria, e dove questa non arriva ecco l’ausilio di una qualche pro-memoria, disegnato, schizzato, scritto su un supporto materiale).

2. Derivando da graphein, gramma sta per segno “scritto”, ovvero “inciso” e “fissato”, traccia fisica su un supporto strumentale (terra, tavoletta, libro, fino alle memorie elettroniche) e cognitiva nella nostra mente e nella cognizione (memoria, riconoscimento, rielaborazione). Inoltre, la nozione di gramma comporta anche tecnicamente l’idea di un processo di astrazione (il distaccare e tenere solo le parti che interessano) e di stilizzazione (stilo: strumento per incidere e scrivere), inteso come processo di denotazione massima dell’oggetto da significare e quindi di massima e utile regolarità. Astrazione e stilizzazione sono infatti due operazioni che di per sé danno alla relazione segnica i caratteri di generalità (il riferimento al medesimo contenuto semantico), di replicabilità (l’essere ripetuto come token di un unico type) e quindi di sistematicità (l’essere parte di un insieme di entità tra di loro tramite connesse e interdipendenti).

Invece, il termine simbolo – seppure ormai talmente radicato sia nel lessico scientifico che nel parlare comune da scoraggiare qualsiasi proposta di riuso – di fatto coglie sono alcuni aspetti di ciò che effettivamente si intende quando si parla, semioticamente, di simbolo: il mettere insieme, il collegare, la convenzione di rinvio. Se fosse solo così, simbolico è qualsiasi fatto segnico dove è possibile rintracciare una relazione di rinvio; oppure, per stare all’etimologia del mettere insieme: qualsiasi ricongiunzione tra espressione e contenuto.

Anche un’impronta rinvia e si ricongiunge al suo impressore. Eppure un’impronta è un indice. Come indici sono i segni del corpo, sintomi o indizi, anche se la scienza medica, la semeiotica medica, ne ha da secoli stilato una casistica sistemica e piuttosto codificata. Ma non per questo l’apparire di un macchia sulla pelle è un simbolo: è un indice, come sappiamo, anche se la sua forma e colore e la sua patologia sono registrate in qualche tabella e qui fissati (cioè: trasformati in un gramma).

Il termine gramma, e con esso grammatologia, non dovrebbe quindi essere limitato alle scritture propriamente dette. Queste sono il miglior esempio di “sistemi grammatologici”, cioè di sistemi di segni grafici attraverso cui fissare e riconoscere segni fonetici. Ma – ed è questa la proposta qui avanzata – ciò che semioticamente determina i sistemi di scrittura è un modello che agisce anche per molti altri casi, per molti altri sistemi di segni che, appunto, potrebbero meglio essere chiamati grammatologici. Anche se non si tratta di scrittura vera e propria.