I greci, la cui lingua ha dettato il lessico e il fondo semantico di gran parte del pensiero europeo, avevano tre termini per significare “forma”: morphé, skhēma, èidos.
La prima — morphé — è la forma sensibile, o forma materica, ciò che appartiene alle cose in virtù della materia di cui sono fatte e del loro sviluppo organico. La seconda –skhēma– è la forma in quanto aspetto esteriore, modo di presentarsi e di figurare. La terza –èidos– è la forma intelligibile, ciò che rimane e permane da un processo di astrazione o idealizzazione.
La prima è una forma “sporca”, immersa nella qualità fenomenica; la seconda è una forma che prende vita nei rapporti di relazione; la terza è una forma depurata e universale, replicabile, perfetta perché intangibile.
Non è difficile applicare a questa antica visione dei greci la tripartizione categoriale di Peirce: Primità (morphé), Secondità (skhēma), Terzità (èidos). Allo stesso modo, non è difficile utilizzare queste tre accezioni lessicali per meglio comprendere i tre tipi di segni di Peirce, ovvero le tre modalità attraverso cui un qualcosa può essere inteso come segno-mediatore di un altro. Avremo così: l’iconicità come somiglianza tra forme, in ognuna delle tre accezioni; l’indicalità come connessione tra oggetti colti nella loro posizione all’interno di uno schema; la simbolicità come relazione imputata tra “forme eidetiche”, ovvero tipi, e concetti, o tra concetti e concetti.
Insomma, nel primo caso abbiamo la forma è la qualità delle cose, nel secondo la forma è organizzazione fra le cose e dentro di esse, nel terzo la forma è ciò che delle cose è segno. In tutti e tre i casi, la forma è avvio di ogni semiosi.
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