In uno dei rari passi in cui Peirce si occupa di qualcosa che oggi chiameremmo “teoria della comunicazione” (CP 5.473), egli usa una feconda espressione: “collateral acquaintance” (CP 8.183). Si può tradurre con “conoscenza collaterale”, oppure anche con “sapere condiviso”. In ogni caso, penso che qui di tratti proprio di “conoscenza dialogica”, di ciò che forma il campo dialogico, l’affinità elettiva necessaria a ogni attività di comunicazione.
Per quanto questa collateral acquaintance sia avvertita dai due dialoganti, essa richiede sempre una comprensione abduttiva. Da qui il gioco dialogico.
Il fatto poi che tale acquaintance sia collateral, qualcosa che sta accanto a un’altra, vuol dire che essa non è mai del tutto sovrapponibile. Ma l’aggettivo collateral ci spinge a rappresentare gli Universi (come li chiama Peirce) in dialogo (come aggiungo io) come due insiemi parzialmente sovrapposti: la sovrapposizione è il terreno di gioco della comunicazione dialogica. Mentre le parti non sovrapposte sono il terreno di caccia, ossia il territorio da conquistare per via di affondi abduttivi. È qui che Peirce incontra Grice e Sperber&Wilson. O al contrario.