:: Sul senso ::

Intenzionalità e progettualità

Posted by Salvatore Zingale on Settembre 5th, 2011

Non è vero che l’etimologia non aiuta. Quando una parola ha superato le impurità del suo corso storico, storpiature e mescolanze, l’etimologia ce la restituisce come un seme originario.

Ad esempio, l’etimologia ci dice chiaramente che intenzione e intendimento sono forme dell’intendere, ossia del capire e del comprendere. E che l’intendere è un andare verso, un tendere a qualcosa. Questo è anche ciò che noi semiotici chiamiamo il senso: ciò che è inteso, raggiunto, preso, compreso. Il senso, voglio dire, non ciò che è svelato o dissotterrato. Il senso viene acquisito dal momento in cui ci sono due gambe che si muovono e camminano, non due mani che scavano: il senso è direzione.

Ciò che dà vita alla semiosi è quindi l’intenzionalità. Intenzionalità dell’intendere se e quando l’Oggetto è fuori di me. Intenzionalità del produrre e del progettare come l’Oggetto è parte della mia esistenza: l’insieme del mio sentire e del mio conoscere.

Si ha semiosi, insomma, quando una intenzione incontra un Oggetto: o perché lo vede e osserva, o perché lo prefigura e forma, progetta. L’intenzionalità è progettualità; non vi è progettualità senza intenzionalità.

Intenzione e intendimento

Posted by Salvatore Zingale on Aprile 24th, 2011

Intenzione e intendimento sono forme dell’intendere, ovvero del capire e comprendere. Sono un andare verso, un tendere a qualcosa. Questi è il senso: ciò che è inteso, ovvero raggiunto, preso, compreso. Non ciò che è svelato o dissotterrato. Il senso viene acquisito dal momento in cui ci dono due gambe che si muovono, non due mani che scavano. Ancora una volta: il senso è direzione.
Ciò che dà vita alla semiosi è in ogni evenienza intenzionalità. Intenzionalità dell’intendere se e quando l’Oggetto è fuori di me; intenzionalità del produrre e del progettare se e quando l’Oggetto è dentro di me: fra l’insieme delle cose del mio sentire e del mio conoscere.
Si ha semiosi, insomma, quando una intenzione incontra un Oggetto: o perché lo vede e osserva, o perché lo prefigura e forma.

Tre dimensioni del significato

Posted by Salvatore Zingale on Luglio 11th, 2009

Si possono fissare in schema tre dimensioni del significato:

(1) il significato storicamente determinato, il quale tende alla generale validità, la generalizzazione, e dipende da come una cultura fissa e articola i propri oggetti di conoscenza;

(2) il significato socialmente determinato, il quale risulta valido all’interno di comunità sociali e culturali specifiche e dipende dalle specifiche occorrenze ambientali e contestuali (situazioni e circostanze);

(3) il significato individualmente determinato, il quale può differire da soggetto a soggetto e dipende dalle libere associazioni di idee, anche in contrasto con quelle socialmente e storicamente determinate.

In ognuna di queste dimensioni la stabilità del significato dipende da una dialettica interna di variabilità/invariabilità, la quale è tanto maggiore quanto più si passa dai significati storicamente determinati a quelli dipendenti dalla soggettività.

In (1) il significato tende alla denotazione; in (2) alla connotazione; in (3) all’evocazione.

In (1) il processo inferenziale attraverso cui si associa un significante a un significato è prevalentemente quello deduttivo (dalla regola al conseguente); in (2) quello induttivo (da un antecedente a una regola); il (3) quello abduttivo (da conseguente ad antecedente). Ovvero: in (1) il significato è ricavato attraverso applicazione di regole; in (2) attraverso adattamento a situazioni; in (3) attraverso associazioni e dissociazioni.

Il senso come progetto

Posted by Salvatore Zingale on Luglio 11th, 2009

Se stiamo alla sua radice etimologica (il latino sensus è il participio passato di sentire), il senso è tutto ciò che viene prodotto dal sentire, ovvero dal percepire sia con il corpo sia con l’intelletto. È ciò che viene sentito, percepito, colto e raccolto, preso e compreso: inteso.

A sua volta, il sentire è l’attività attraverso la quale l’oggettualità esterna viene recepita da un soggetto; la sensibilità è la predisposizione verso tale ricezione; i sensori sono gli apparati attraverso cui avviene la ricezione. Il senso è quindi l’atto del recepire l’esterno. Il sentire è un atto psichico e fisico insieme, spesso confusamente e unitamente, indistintamente; tanto che dal senso l’etimologia conduce presto al senno, e aver senso è aver intelletto e intelligenza: “Vergine d’alti sensi / Tu vedi il tutto” (Petrarca, Canzoni, 49.8).

Sentire come intelligere. Aver senso come aver cognizione. La sensorialità come facoltà di recepire – e poi, anche, di interpretare. Il senso lo si trova laddove è possibile sentirlo.

Ma il senso non è solamente e passivamente recepito, può essere anche prodotto: possiamo far sentire. Il senso cioè può essere anche progettato e così offerto al gioco sociale-comunicativo. È ciò che avviene da sempre nelle arti, ma anche nelle azioni sociali e nella produzione dei beni.

È appunto questa seconda prospettiva che – forse – ha dato al termine anche il significato di direzione, intesa sia come progettualità implicita delle cose sia come intenzionalità. Il senso è allora l’andare verso, il tendere a, l’agire secondo uno scopo o idea o disegno.

Per molti versi, allora, il senso interessa più che per il suo essere nascosto (il contenuto) per il suo essere possibile (il progetto): perché il senso non è mai del tutto dato, è oggetto di continua ricerca e di scoperta, non di rivelazione o di svelamento. Si ha un senso quando una conoscenza – nuova o rinnovata – viene acquisita, toccata, compresa; quando abbiamo la sensazione di aver mosso un passo in avanti.