Non è vero che l’etimologia non aiuta. Quando una parola ha superato le impurità del suo corso storico, storpiature e mescolanze, l’etimologia ce la restituisce come un seme originario.
Ad esempio, l’etimologia ci dice chiaramente che intenzione e intendimento sono forme dell’intendere, ossia del capire e del comprendere. E che l’intendere è un andare verso, un tendere a qualcosa. Questo è anche ciò che noi semiotici chiamiamo il senso: ciò che è inteso, raggiunto, preso, compreso. Il senso, voglio dire, non ciò che è svelato o dissotterrato. Il senso viene acquisito dal momento in cui ci sono due gambe che si muovono e camminano, non due mani che scavano: il senso è direzione.
Ciò che dà vita alla semiosi è quindi l’intenzionalità. Intenzionalità dell’intendere se e quando l’Oggetto è fuori di me. Intenzionalità del produrre e del progettare come l’Oggetto è parte della mia esistenza: l’insieme del mio sentire e del mio conoscere.
Si ha semiosi, insomma, quando una intenzione incontra un Oggetto: o perché lo vede e osserva, o perché lo prefigura e forma, progetta. L’intenzionalità è progettualità; non vi è progettualità senza intenzionalità.