Vi è un aspetto che interessa uno sguardo che possiamo definire “ergosemiotico” sugli artefatti. Infatti, prima della componente strumentale e della componente comunicativa in ogni oggetto o artefatto vi è una componente cui possiamo dare aggettivi diversi: emozionale, affettiva, patemica, sensoriale, immediata, viscerale. Questa componente è stata recentemente portata alla ribalta da Donald Norman, cui va riconosciuta una invidiabile capacità di divulgazione – e quindi di sensibilizzazione – di concetti altrimenti destinati allo stretto mondo della ricerca.
Nel suo Emotional design (2004) Norman riprende e riassume già nel titolo nel primo capitolo questo concetto: “Gli oggetti piacevoli svolgono meglio la loro funzione”. Qui presenta ciò che tratterà ampiamente nel terzo capitolo, ovvero i tre livelli del design: viscerale, comportamentale e riflessivo. Questi tre livelli derivano, secondo gli studi di Norman sull’emozione, da tre diversi livelli del cervello:
“lo strato automatico, preclabato, chiamato livello viscerale; la parte comprendente i processi cerebrali che controllano il comportamento quotidiano, nota come livello comportamentale; e la parte contemplativa del cervello, o livello riflessivo. Ciascun livello gioca un ruolo diverso nella funzionalità complessiva di ogni persona. E … ciascun livello richiede un diverso stile di design”. (Norman 2004: 19 tr. it.)
Per altre vie, Peirce aveva anticipato i risultati sperimentali di Norman. Fatte salve le connotazioni lessicali, i tre livelli di quest’ultimo corrispondono in pieno ai tre interpretanti del filosofo americano: emozionale, energetico, logico.
L’interpretante emozionale è quello che produce, attraverso un segno o un artefatto, un primo effetto sul soggetto-interprete:
“Il primo effetto propriamente veicolato dal segno è il sentimento prodotto dal segno. … Questo “interpretante emozionale”, come lo chiamo, può essere molto più di un semplice sentimento di riconoscimento, e racchiudere addirittura tutti gli effetti propriamente veicolati dal segno” (CP 5.475; corsivo mio).
Subito dopo Peirce prende a esempio l’ascolto di una composizione musicale e definisce le idee del compositore non come i suoi contenuti ma come «una serie di sentimenti». E continua presentando il secondo tipo di interpretante, l’Interpretante Energetico:
“Se poi un segno veicola propriamente qualche ulteriore effetto, lo farà attraverso la mediazione dell’interpretante emozionale, e tale ulteriore effetto implicherà sempre uno sforzo. Questo ulteriore effetto lo chiamo interpretante energetico” (5.475; corsivi miei).
Lo sforzo è, possiamo dire, una sorta di impegno che investe il soggetto interprete: è il lavoro mentale sulle azioni e sulle decisioni da prendere, è la valutazione delle alternative, la messa in atto di un comportamento. Peirce conclude quindi con un interrogativo che apre al terzo tipo di interpretante, l’Interpretante Logico:
“L’interpretante energetico non può mai essere il significato di un concetto intellettuale, dal momento che è un atto singolo, mentre un concetto intellettuale è di natura generale. Ma quale altro effetto può essere propriamente veicolato dal segno?” (5.475; corsivo mio).
Come “altro effetto”, Peirce vede possibile solo «un pensiero, vale a dire un segno mentale», il quale «dovrà a sua volta avere un interpretante logico» (5.476). Solo l’Interpretante logico ha natura generale. Qui risiede la differenza: l’Interpretante logico non ha più il carattere di atto singolo, non è più solo relativo alla situazione e alla circostanza, ma si pone come atto dal valore generale e tendenzialmente universale. L’Interpretante logico ha cioè un valore di legge.
Su Peirce, Sugli oggetti/artefatti, Sul design/progetto | No Comments »