:: Su Peirce ::

Collateral acquaintance

Posted by Salvatore Zingale on Settembre 5th, 2011

In uno dei rari passi in cui Peirce si occupa di qualcosa che oggi chiameremmo “teoria della comunicazione” (CP 5.473), egli usa una feconda espressione: “collateral acquaintance” (CP 8.183). Si può tradurre con “conoscenza collaterale”, oppure anche con “sapere condiviso”. In ogni caso, penso che qui di tratti proprio di “conoscenza dialogica”, di ciò che forma il campo dialogico, l’affinità elettiva necessaria a ogni attività di comunicazione.

Per quanto questa collateral acquaintance sia avvertita dai due dialoganti, essa richiede sempre una comprensione abduttiva. Da qui il gioco dialogico.

Il fatto poi che tale acquaintance sia collateral, qualcosa che sta accanto a un’altra, vuol dire che essa non è mai del tutto sovrapponibile. Ma l’aggettivo collateral ci spinge a rappresentare gli Universi (come li chiama Peirce) in dialogo (come aggiungo io) come due insiemi parzialmente sovrapposti: la sovrapposizione è il terreno di gioco della comunicazione dialogica. Mentre le parti non sovrapposte sono il terreno di caccia, ossia il territorio da conquistare per via di affondi abduttivi. È qui che Peirce incontra Grice e Sperber&Wilson. O al contrario.

Norman e gli interpretanti

Posted by Salvatore Zingale on Dicembre 8th, 2009

Vi è un aspetto che interessa uno sguardo che possiamo definire “ergosemiotico” sugli artefatti. Infatti, prima della componente strumentale e della componente comunicativa in ogni oggetto o artefatto vi è una componente cui possiamo dare aggettivi diversi: emozionale, affettiva, patemica, sensoriale, immediata, viscerale. Questa componente è stata recentemente portata alla ribalta da Donald Norman, cui va riconosciuta una invidiabile capacità di divulgazione – e quindi di sensibilizzazione – di concetti altrimenti destinati allo stretto mondo della ricerca.

Nel suo Emotional design (2004) Norman riprende e riassume già nel titolo nel primo capitolo questo concetto: “Gli oggetti piacevoli svolgono meglio la loro funzione”. Qui presenta ciò che tratterà ampiamente nel terzo capitolo, ovvero i tre livelli del design: viscerale, comportamentale e riflessivo. Questi tre livelli derivano, secondo gli studi di Norman sull’emozione, da tre diversi livelli del cervello:

“lo strato automatico, preclabato, chiamato livello viscerale; la parte comprendente i processi cerebrali che controllano il comportamento quotidiano, nota come livello comportamentale; e la parte contemplativa del cervello, o livello riflessivo. Ciascun livello gioca un ruolo diverso nella funzionalità complessiva di ogni persona. E … ciascun livello richiede un diverso stile di design”. (Norman 2004: 19 tr. it.)

Per altre vie, Peirce aveva anticipato i risultati sperimentali di Norman. Fatte salve le connotazioni lessicali, i tre livelli di quest’ultimo corrispondono in pieno ai tre interpretanti del filosofo americano: emozionale, energetico, logico.

L’interpretante emozionale è quello che produce, attraverso un segno o un artefatto, un primo effetto sul soggetto-interprete:

“Il primo effetto propriamente veicolato dal segno è il sentimento prodotto dal segno. … Questo “interpretante emozionale”, come lo chiamo, può essere molto più di un semplice sentimento di riconoscimento, e racchiudere addirittura tutti gli effetti propriamente veicolati dal segno” (CP 5.475; corsivo mio).

Subito dopo Peirce prende a esempio l’ascolto di una composizione musicale e definisce le idee del compositore non come i suoi contenuti ma come «una serie di sentimenti». E continua presentando il secondo tipo di interpretante, l’Interpretante Energetico:

“Se poi un segno veicola propriamente qualche ulteriore effetto, lo farà attraverso la mediazione dell’interpretante emozionale, e tale ulteriore effetto implicherà sempre uno sforzo. Questo ulteriore effetto lo chiamo interpretante energetico” (5.475; corsivi miei).

Lo sforzo è, possiamo dire, una sorta di impegno che investe il soggetto interprete: è il lavoro mentale sulle azioni e sulle decisioni da prendere, è la valutazione delle alternative, la messa in atto di un comportamento. Peirce conclude quindi con un interrogativo che apre al terzo tipo di interpretante, l’Interpretante Logico:

“L’interpretante energetico non può mai essere il significato di un concetto intellettuale, dal momento che è un atto singolo, mentre un concetto intellettuale è di natura generale. Ma quale altro effetto può essere propriamente veicolato dal segno?” (5.475; corsivo mio).

Come “altro effetto”, Peirce vede possibile solo «un pensiero, vale a dire un segno mentale», il quale «dovrà a sua volta avere un interpretante logico» (5.476). Solo l’Interpretante logico ha natura generale. Qui risiede la differenza: l’Interpretante logico non ha più il carattere di atto singolo, non è più solo relativo alla situazione e alla circostanza, ma si pone come atto dal valore generale e tendenzialmente universale. L’Interpretante logico ha cioè un valore di legge.

Semiosi della scoperta

Posted by Salvatore Zingale on Settembre 24th, 2009

Sui requisiti dell’ipotesi plausibile

I requisiti dell’ipotesi plausibile: un percorso argomentativo

Ogni indagine – scoperta, invenzione, progetto – parte con la scelta o con l’ideazione di una ipotesi. Ma l’ipotesi deve essere plausibile. Questo compito è guidato e indirizzato da alcune regole o princìpi-guida esposti da Peirce nel 1901 in On the Logic of Drawing History from Ancient Documents (tradotto in italiano con il titolo Storia e abduzione).

1. Il primo principio-guida (o requisito necessario) per selezionare o ideare una ipotesi è che essa abbia carattere sperimentabile: deve essere verificabile e passibile di verifica. Di ogni ipotesi occorre poter calcolare, nell’esperienza,  le effettive conseguenze.

Questo principio-guida, mi pare, segna il necessario passaggio dal principio di piacere al principio di realtà, per dirla alla Freud. L’ipotesi può cioè essere vista come il passaggio dallo stato di sogno allo stato di progetto. Il sogno – e il musement peirceano, o la fantasticheria di Verga così come la rêverie di Bachelard – prepara ma non sostituisce il progetto; e il progetto è interpretante del sogno.

2. Il secondo principio-guida ci dice che l’ipotesi scelta o ideata deve essere in grado di spiegare i fatti sorprendenti che ci si presentano, in modo da renderli razionali (e a noi comprensibili). Senza questa fiducia (“abduzione fondamentale e primaria”) svanirebbe la spinta a ogni indagine o progetto. Non ci sarebbe motivazione alla ricerca.

Ora, nella progettazione – a differenza sia dell’indagine scientifica (che ha inizio con la sorpresa) sia della detection (che ha inizio con una anomalia di comportamenti) – l’avvio all’indagine non è preceduta da alcun vero e proprio fatto sorprendente. Semmai dall’insorgere da un bisogno o desiderio, ovvero da una domanda, la quale viene posta non appena viene rilevato un problema o una carenza. In questo senso, l’ipotesi progettuale si presenta sia (a) come soluzione a un problema sia (b) come riempimento di un posto vacante.

3. Il terzo principio-guida riguarda le “condizioni economiche” dell’ipotesi, e si divide in (i) costi della verifica, (ii) valore dell’ipotesi, (iii) relazioni con altre ipotesi.

(i) I costi della verifica possono essere monetari ma anche umani, cognitivi, di tempo e di energia. L’economicità sta nella relazione fra ciò che viene investito è ciò che viene ricavato.

(ii) Il valore dell’ipotesi sta nella maggiore o minore naturalezza ? e verosimiglianza ? della soluzione trovata. Se risponde a un’azione tendenzialmente istintiva (la capacità di indovinare, il lume naturale o culturale) o tendenzialmente ragionata.

(iii) La relazione con altre ipotesi riguarda il fatto che la scelta o l’ideazione di una ipotesi plausibile comporta anche una certa pluralità. Un’indagine o un progetto difficilmente si fermano alla prima soluzione trovata. Ogni ipotesi, quindi, va considerata in relazione all’insieme delle ipotesi valutate, per contrasto o per differenza, per affinità o continuità. La scelta, cioè, è sempre il risultato di un confronto-scontro, di una sorta di selezione naturale ad hoc.

Anche in quest’ultimo caso abbiamo una ulteriore suddivisione. Le relazioni possono essere dettate da tre criteri: a) cautela, b) estensione, c) semplicità.

a) Il criterio della cautela (caution) – che forse si potrebbe riformulare come il criterio della buona interrogazione – riguarda il saper domandare. È una qualità dialogica, o dialogico-strategica. Riguarda il tipo e la qualità dell’interrogazione, quindi la capacità di saper cogliere l’insorgere del problema e la sua effettiva necessità: dove si pone, perché si pone, come si pone. In questo senso ogni progetto non solo è una buona risposta (soluzione), ma la risposta a una buona domanda.

Questo criterio – che Peirce esemplifica con il gioco delle venti domande – riporta direttamente all’albero delle scelte di Poe, e prima ancora al metodo dialettico della divisione di Platone. Tutti questi procedimenti possono essere riassunti come la via logica e semiotica alla definizione di un termine (ovvero: obiettivo, effetto e prodotto di senso).

b) Il criterio dell’estensione riguarda il fatto che una ipotesi può spiegare non solo il fatto (o problema) su cui si indaga ma anche altri fatti e problemi. A parità di condizioni, l’ipotesi da privilegiare è quella in grado di dare soluzione ad altri problemi o ad aspetti diversi o analoghi del medesimo problema. Questo criterio potrebbe essere riformulato come il criterio della maggiore resa, nel senso che – appunto ‘economicamente’ – una soluzione si pone, contemporaneamente, come risposta a più di una domanda.

c) Il criterio della semplicità riguarda infine, per così dire, la quantità e qualità degli effetti che si ottengono con l’ipotesi scelta. Tale quantità e qualità, suggerisce Peirce, è bene che segua il criterio della semplicità, nel senso che è preferibile una soluzione limitata e circoscritta ma ben orientata verso il suo fine, piuttosto che una soluzione più ricca o complessa ma, proprio per tale complessità (o complicazione), meno prevedibile rispetto all’effetto di senso che si vuole ottenere. Quest’ultimo criterio potrebbe anche essere chiamato il criterio della avveduta conseguenza, nel senso che fra i compiti e dell’indagine scientifica e della progettazione sta proprio la capacità di pre-vedere, avvedutamente, anche le avverse ma possibili conseguenze.

Categorie e modalità di azione semiosica

Posted by Salvatore Zingale on Maggio 10th, 2008
Wo viel Licht ist, ist auch viel Schatten. (Johann Wolfgang von Goethe)

In un brevissimo, anche perché incompleto, saggio fatto risalire al 1892, Peirce presenta le tre categorie con altri nomi. Non Primità, Secondità e Terzità, ma Qualcosa, Altro, Terzo (o Medio).

Trovo questa variante lessicale assai utile, aiuta a collocare le categorie su un piano più esperienziale. “Infatti – scrive Peirce -, si supponga qualsiasi cosa, e subito c’è l’idea di qualcoa. Ma questo qualcosa non può avere alcuna proprietà distinta a meno che non venga opposto a qualcos’altro. Né può esserci questa opposizione senza che gli opposti siano connessi attraverso qualche medium“.

Più in là volge questa idea in esempio. Si pensi al qualcosa come a un punto nero segnato su un foglio di carta. Una volta fatto, abbiamo diviso il piano della carta in due parti: il fondo bianco, il punto nero. “Così – osserva -, per rappresentare l’uno siamo costretti a usare l’idea del due“. Potremmo anche dire: per rappresentare, o anche solo individuare, una identità dobbiamo necessariamente ricorrere all’alterità. E potremmo ulteriormente osservare: questo è sia un principio logico (è una “proposizione matematica”, dice il nostro), sia un principio dialogico.

Poi Peirce prosegue e introduce l’idea del terzo ricorrendo alla teoria dei grafi. Ma forse non occorre, nel senso che l’idea della mediazione si presenta già da sola. Infatti, in virtù di che cosa correliamo il punto nero allo sfondo bianco della carta? Ci sono leggi gestaltiche a proposito, ma anche fisiche e geometriche: ogni corpo è in relazione di gravità a un altro corpo, ad esempio a un suo supporto; ogni punto o linea sta su un piano, la sua base. Ogni identità è relata a una alterità, o per congiunzione o per disgiunzione (direbbe Greimas), e ogni relazione è una correlazione, e ogni correlazione è tale in virtù di una qualche regola. La correlazione è cioè la sintesi tra due oggetti, la ragione che li tiene insieme, fosse anche la mera casualità (e sappiamo quanto il caso, per via di serendipità, abbia portato a leggi scientifiche propriamente dette).

Con questo ultimo termine non possiamo non mettere in correlazione le categorie peirceane alla triade di Hegel: tesi, antitesi, sintesi. È lo stesso Peirce che lo ricoda nell’unica nota di questo breve frammento. Hegel mi ha preceduto, osserva; anche se, aggiunge, “non è stato sufficientemente preciso”. Del resto, il modello cui Peirce fa costante riferimento in questa e altra occasione, come nella logica dei relativi, non è la filosofia ma una delle cosiddette scienze esatte: la chimica. E sull’analogia tra chimica e semiotica sarebbe bene ritornare.

Per mio diletto, ora, penso invece di potermi avventurare a proporre una variazione al modo in cui Peirce nomina e rinomia le tre categorie, utilizzando verbi e non pronomi e aggettivi. L’uso dei verbi, infatti, dovrebbe mettere in evidenza che le tre categorie possono anche essere intese come tre modalità di relazione, tre azioni semiosiche che il soggetto opera sugli ‘oggetti del mondo’ (sui vari qualcosa) al fine di produrre senso e conoscenza. Ecco quindi:

  1. constatare qualcosa;
  2. connettere qualcosa a qualcos’altro;
  3. correlare il qualcosa al qualcos’altro.

Nel primo caso, il caso della constatazione, la relazione è tra oggetto e soggetto. Nel secondo, il caso della correlazione, tra un oggetto e un secondo oggetto, ma ad opera del soggetto. Nel caso della correlazione la relazione è tra la correlazione tra oggetti e una regolarità o generalità ravvisata o posta dal soggetto. Tre modalità di azione semiosica.

Il discorso mi pare abbia basi per continuare.

Nota. Il testo di Peirce (manoscritto 915) si trova tradotto in italiano nel volume Ch.S. Peirce, Pragmatismo e grafi esistenziali, a cura di Susanna Marietti, Milano, Jaca Book, 2003, pp. 83-85.

Dalla tipologia dei segni alle modalità semiosiche

Posted by Salvatore Zingale on Maggio 2nd, 2008

La seconda e più nota tricotomia di Peirce, quella che distingue i segni in icone, indici e simboli – è fra le invenzioni teoriche più fraintese e certamente male usate. Infatti, finché la si intende come mera classificazione dei segni (ma allora non si comprende perché da questa classificazione vengano sempre amputate la prima e la terza, le quali sono invece essenziali alla comprensione del ‘quadro sistematico’ delle categorie peirceane), la sua utilità teorica è certamente considerevole ma anche ‘sottodimensionata’.

In genere, poi, in quanto tipologia è anche utilizzata nel modo più banale, riducendo le icone alle immagini, gli indici ai gesti o gli indizi, i simboli ai sistemi codificati. Ciò non è errato, ma è insufficiente.

Proviamo allora a completare ciò che Massimo Bonfantini aveva indicato riconcettualizzando questa tricotomia con il nome di ‘modi dell’espressione’ in Specchi del senso.  Proviamo cioè a intendere l’icona, l’indice i il simbolo come modalità semiosiche attraverso cui qualcosa si presenta o costituisce in quanto rappresentazione segnica. E siccome parliamo di modi e di modalità è giusto anche rinominare i termini della tricotomia. Li chiameremo somiglianza, connessione, convenzione.

Quindi: qualcosa diventa ai nostri occhi e per la nostra mente espressione o rappresentazione segnica, ovvero espressione e rappresentazione di una semiosi in atto, secondo le tre modalità qui sintetizzate (le tre citazioni da Peirce sono tratte da CP 1.558).

A1. Si ha iconicità quando qualcosa assomiglia ad altra cosa precedentemente conosciuta o di cui si ha comunque cognizione, esistente o meno, in modo tale che in virtù di questa somiglianza venga a formarsi un nuovo oggetto di conoscenza. Peirce: “sono icone le rappresentazioni la cui relazione con i loro oggetti consiste semplicemente nel fatto che rappresentazioni e oggetti hanno in comune qualche qualità, e queste rappresentazioni possono essere chiamate somiglianze”.

B1. Si ha indicalità quando qualcosa risulta connessa a un’altra cosa, o fisicamente o topologicamente o per rapporto di causa-effetto, in modo tale che in virtù di tale connessione la loro relazione diventa semioticamente rilevante. Peirce: “sono indici le rappresentazioni la cui relazione con i loro oggetti consiste in una corrispondenza di fatto, e queste rappresentazioni possono essere chiamate indici o segni”.

C1. Si ha simbolicità quando qualcosa è riconducibile, in quanto elemento di un sistema di significanti, a una seconda entità semiotica tipizzata, parte cioè di un sistema di significati, in modo tale che x sia convenzionalmente associabile a y, in modo più o meno arbitrario. Peirce: “sono simboli le rappresentazioni che hanno per base della relazione con i loro oggetti un carattere imputato, rappresentazioni che sono segni generali, e possono essere dette simboli”.

Queste tre modalità sono da intendersi da un lato come dipendenti dalla prima tricotomia, da un altro come conducenti alla terza tricotomia.

I segni di Peirce

Rispetto alla prima tricotomia (Qualisegno, Sinsegno, Legisegno), le tre modalità semiosiche sono tali perché:

A2. ogni somiglianza è possibile a partire dalle qualità e dalle proprietà di due realtà poste come somiglianti, ovvero a partire dai loro aspetti fenomenici e materiali;

B2. ogni connessione è possibile a partire da due o più entità connesse prese in quanto singolarità, ovvero a partire dalla loro specifica e localizzata esistenza;

C2. ogni convenzione è possibile a partire dal carattere di universalità, o di struttura dipendente da una legge, di due realtà correlate, ovvero a partire da una loro correlazione codificata o costante

Rispetto invece alla terza tricotomia (Rema, Dicisegno, Argomento), le tre modalità producono i seguenti interpretanti:

A3. la modalità basata sulla somiglianza, e che si genera dall’indagine sulle qualità oggettuali, produce una espressione segnica in forma di termine, come ad esempio accade con le scritture ideografiche o pittografiche;

B3. la modalità basata sulla connessione, e che si genera dall’osservazione di eventi esistenti, produce una espressione segnica in forma di proposizione, come una frase descrittiva o un giudizio;

C3. la modalità basata sulla convenzione, e che si genera attraverso il ricorso a una regola di correlazione, produce una espressione segnica in forma di argomento o ragionamento, come strumento di conoscenza inferenziale (abduzione, deduzione, induzione).