Verrebbe da parafrasare l’undicesima Tesi su Feuerbach di Karl Marx, che recitava: «I filosofi hanno in vario modo interpretato il mondo; ora si tratta si cambiarlo». La parafrasi suona così: «I semiotici hanno in vario modo analizzato il mondo dei segni, ora si tratta di progettarlo».

Si obietterà che i filosofi di Marx “interpretano” il mondo quasi come suggerirebbe la teoria di Charles S. Peirce, che ha fatto dell’attività interpretativa uno dei perni della sua semiotica. Ma non è propriamente così. L’interpretazione di cui si parla nell’aforisma marxiano non è l’interpretazione di Peirce. È l’interpretazione come individuazione e descrizione della realtà di fatto. O anche: interpretazione come ontologia e come ermeneutica. È insomma quella interpretazione a carattere puramente contemplativo che spesso rimane esercizio privo di un fine, se non viene sorretta e completata, darwinianamente, dalla spinta ad adattare la realtà delle cose a vantaggio della nostra umana condizione. E se davanti al nostro sguardo non poniamo anche il futuro e il possibile. Se appunto non diventa interpretazione nel senso peirceano, finalizzata all’acquisizione di un abito e sorretta dalla pragmatica.

Con la parafrasi proposta voglio allora dire che la semiotica non dovrebbe limitarsi all’analisi del mondo dei segni così come esso è, con le sue strutture e paradigmi, ma estesa anche alla progettazione del mondo così come esso potrebbe essere: e si intenda pure il mondo dei testi e della comunicazione, ma anche il mondo degli artefatti e dei beni materiali. Il mondo della vita, dove le cose non sono ciò di cui parliamo ma ciò attraverso cui costruiamo la nostra storia, di individui e di società.

Anche dell’analisi, dunque, la semiotica dovrebbe fare un mezzo e non un fine. Del resto, ci sottoponiamo tutti ad analisi mediche per guarire, e non solo per specula re sulle strutture biologiche.

 

 

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